800 974250

Top

Le Neuroscienze, l’Alcologia e noi

AICAT / Articoli divulgativi  / Le Neuroscienze, l’Alcologia e noi
Le Neuroscienze, l’Alcologia e noi

Le Neuroscienze, l’Alcologia e noi

Inizio volentieri questa collaborazione con la nostra rivista, la cui redazione mi ha chiesto di dedicare alcuni articoli di riflessione sul tema delle neuroscienze. La richiesta viene dopo il mio intervento relativo alla critica del concetto di dipendenza, alle conseguenze sulla nostra terminologia e sul nostro lavoro, fatto all’ultimo congresso di Assisi (2016) e già pubblicato da Camminando Insieme (n. 2, 2016, pp. 42-45), alle quali rimando.

Lo faccio volentieri perché penso che gli ultimi avanzamenti della ricerca neuro-scientifica depongono a favore delle ragioni dell’approccio ecologico sociale. Sta a noi prenderne atto e trarne tutte le inevitabili conseguenze culturali ed operative.

Per “neuroscienze” intendiamo tutte le discipline che si occupano con metodologia scientifica dello studio del sistema nervoso, in particolare del cervello umano.

Esse datano dall’antichità, dalla concezione medica di Ippocrate e Galeno, ma prendono concreto avvio scientifico con la scoperta del neurone, la cellula nervosa che è il mattone fondamentale del sistema nervoso umano.

Tale scoperta si deve all’italiano Camillo Colgi (1890), che lo evidenziò al microscopio con il metodo dell’impregnazione argentica, e successivamente allo spagnolo Santiago Ramòn y Cajal. Per questo fu conferito loro nel 1906 il Premio Nobel. Le prime mosse sistematiche risalgono non casualmente agli anni Sessanta del secolo scorso: il 1960 è l’anno di fondazione dell’Organizzazione Internazionale per la ricerca sul cervello.

Negli stessi anni vanno collocate storicamente le origini della terza rivoluzione industriale, quella delle macchine elettroniche, che poi esplode negli anni Novanta con la loro diffusione di massa (personal computer, videoregistratore e cellulare).

Tale “progresso” corrisponde ad uno sfruttamento intensivo delle capacità mentali degli esseri umani, con le conseguenze negative che sono sotto gli occhi di tutti (dalle slot all’uso additivo di internet e delle tecnologie informatiche).

Dopo la mappatura del genoma umano, nel decennio in corso la nuova frontiera della ricerca riguarda proprio le neuroscienze e lo studio del cervello. Ci sono due progetti in corso: quello lanciato da Obama nel 2013 con un finanziamento di 1000 milioni di dollari per 10 anni allo scopo di far avanzare la ricerca sul cervello (BRAIN Iniziative, Brain Research through Advancing Innovative Neurotechnologies) e quello avviato pochi mesi dopo dall’Unione Europea per la durata di 10 anni e con il finanziamento di 1200 milioni di euro (chiamato Human Brain Project).

Vi è pure un precedente ambizioso progetto del Politecnico di Losanna, detto Blue Brain Project, che ha come obbiettivo principale quello di costruire pezzo per pezzo un super computer che riproduca in modo virtuale, ma fedele, il comportamento di un vero cervello umano.

Quindi questo decennio è a tutti gli effetti quello delle neuroscienze, cosa di cui dobbiamo tenere conto. Lo studio del sistema nervoso raccoglie una serie di discipline che vanno dalla psicobiologia alla neuroetica, dalla neuropsicologia alla psichiatria, dalle neuroscienze cellulari alla neuroimaging (cioè lo studio per immagini del sistema nervoso).
Sicuramente la ricerca cellulare, quella delle strutture cerebrali e delle loro immagini e funzioni (si pen- si alla PET, la Tomografia ad Emissione di Positroni, che ci fornisce immagini del cervello “in movimento”) hanno tratto grandi vantaggi dall’utilizzo delle nuove tecnologie elettroniche.

A mio avviso tra le neuroscienze va messa anche l’alcologia, dato che essa studia – tra l’altro – l’impatto dell’alcol con il corpo umano e quindi anche (e soprattutto oggi) con il sistema nervoso, che è l’organo dei giovani più danneggiato dall’alcol.

Del resto noi sappiamo che nella fondazione del metodo ecologico-sociale Hudolin tenne sempre saldo il rapporto tra psichiatria e alcologia, le quali a suo avviso seguivano la stessa metodologia ed affrontavano problemi simili.

Ovviamente Hudolin, che era psichiatra e uomo di scienza, non aveva timore di affrontare le questioni poste dalla ricerca scientifica e proponeva sempre di integrare gli esiti di tale ricerca nel lavoro concreto dei Club, spingendo costantemente servitori-insegnanti e famiglie a studiare, a verificare il proprio lavoro, a raccogliere i dati e a pubblicare le proprie esperienze.

La sua posizione metodologica in proposito è elencata al punto 11 del Capitolo 1 della Quarta Parte del suo Manuale di Alcologia, recentemente ripubblicato, “Aspetti fondamentali del trattamento”: << Se in questo campo ci saranno nuove scoperte, sarà ovvio che se ne terrà conto nel trattamento [oggi diremmo “nel percorso di cambiamento”]. Però questo non influirà mai sulla lunga, difficile strada verso la scelta di un comportamento più sano>> (II edizione, p.223; III edizione critica, p. 258).

Ho scritto nell’introduzione all’edizione critica del Manuale, che si tratta di un tipico “bilanciamento hudoliniano”, cioè una specifica modalità di procedere del professore, che teneva una posizione di equilibrio tra varie posizioni: << vi è insieme il rispetto per quanto le scienze possono produrre di nuovo e l’idea che la scelta umana sarà sempre eticamente indispensabile perché è una caratteristica della nostra specie >> (p. 22). I recenti avanzamenti delle neuroscienze hanno condotto negli ultimi anni ad un rilevante cambiamento di paradigma in campo alcologico, di cui parlavo ad Assisi.

Per oltre 150 anni (da quando Magnus Huss ha coniato il termine “alcolismo cronico”, 1852) è stata accreditata l’idea che esistesse un bere normale, quello moderato, fonte di piacere per esseri umani morigerati e consapevoli, il quale riguardava il grosso della comunità, e un bere eccessivo, patologico, l’alcolismo, che riguardava una esigua minoranza incapace di regolarsi per ragioni peccaminose, di incontinenza morale o di tara mentale.

Negli ultimi anni si è venuta affermando in campo alcologico l’idea del continuum, cioè che l’uso delle bevande alcoliche è sempre un rischio e che un basso consumo produce piccoli danni e a mano a mano che il consumo aumenta, provoca danni sempre più rilevanti.

Alla base di questo nuovo paradigma, che come sappiamo è uno dei cardini dell’approccio ecologico- sociale dall’epoca della sua costituzione, sta un solido fondamento scientifico: la scoperta del circuito della ricompensa, che si organizza intorno al nucleo accumbens, una parte del cervello, il quale è preposto a stratificare i ricordi di tutti i comportamenti che producono piacere.

Tale circuito connette il nucleo accumbens con le altre strutture talamiche, che sono legate al circuito emotivo, e con la corteccia prefrontale, a cui sono associate le funzioni cerebrali superiori.

Tutte le volte che tale circuito viene sollecitato da uno stimolo gratificante secerne dopamina, il neurotrasmettitore che è implicato in tutte le vie nervose che trasmettono piacere.

Più il circuito viene sollecitato e più si ricorda, quindi si consolida il meccanismo della ricompensa, il quale entra in azione indipendentemente dalle conseguenze anche dannose che può produrre.

Tutto questo sta alla base di ogni condotta ripetitiva, legata a tutti gli stili di vita, indipendentemente se sono connessi alla presenza di una sostanza psicotropa o a un comportamento additivo senza l’intermediazione di una sostanza psicotropa (come nel caso dell’azzardo o dell’uso delle tecnologie informatiche).

L’indubbio vantaggio di questo nuovo paradigma è di fornire una base neuropsicologica di tutti i comportamenti additivi, non solo alcolcorrelati, quindi una spiegazione unitaria, che non ha più bisogno di ricorrere al concetto incerto e poco fondato scientificamente di dipendenza, che in alcologia ha cercato di dare fondamento all’idea dell’alcolismo malattia (v. alcoldipendenza). Infatti in campo scientifico tale concetto viene abbandonato come nel caso della quinta edizione del manuale diagnostico-statistico dell’Associazione degli Psichiatri Americani (DSM-5, 2013). Tale percorso di critica e superamento del concetto di dipendenza era presente nel pensiero di Hudolin, che non usava quasi mai questo termine (Assisi, 1994).

Questo avanzamento delle neuroscienze anche per quanto riguarda i problemi alcolcorrelati pone rilevanti problemi ai Club Alcologici Territoriali rispetto al cambiamento della terminologia e dell’approccio metodologico inaugurato al Congresso di Paestum (2010), se essi vogliono rimanere all’altezza delle più recenti acquisizioni dell’alcologia mondiale.

Ciò è particolarmente vero per il mantenimento di ogni riferimento ai termini “alcolismo” e “alcolista” (anche nel nome del Club) e per porre le basi di un intervento precoce soprattutto in ambito giovanile, che giunga sulla scena socio-familiare prima che si instaurino i danni più signi cativi.

 

Giuseppe Corlito 
Servitore insegnante Club Alcologico Territoriale Pace-Carrari ACAT Grosseto Nord

Share

No Comments

Post a Comment